Forse stai riscrivendo la frase giusta nel punto sbagliato

La revisione va avanti da mesi, hai riscritto scene e aggiustato dialoghi, hai limato frasi che sembravano ancora fuori posto. Il testo è migliorato e lo noti in diversi punti.

Eppure, il manoscritto ti fa sentire ancora quella sottile e inafferrabile sensazione.
La stessa sensazione di prima, quella sorta di resistenza a sentirlo scorrere, una zona opaca che torna ogni volta che rileggi dall’inizio senza un difetto visibile a cui poter dare un nome.

L’indicatore più facile da riconoscere non è qualitativo e potremmo definirlo come il rapporto tra l’energia spesa e il miglioramento percepito. Quando il primo è alto e il secondo resta basso, il primo impulso è aggiungere lavoro, magari un’altra revisione oppure un’altra lettura.

Ecco, a questo punto mi sento di suggerire una domanda che potrebbe essere molto utile porsi.

Provo a metterla così: se la frase che risulta corretta, elegante, magari si trovasse solo nel posto sbagliato?

Vediamo un po’ di sviluppare tutto ciò.

Uno dei casi “rivelatori”

Immagina un dialogo riscritto molte volte, ha ritmo e lo vedi, lo percepisci che ce l’ha, e porta anche il tono giusto di ciascun personaggio, oltre a suonare autentico in ogni scambio.
Eppure ogni volta che arrivi alla fine di quella scena senti che qualcosa non quadra. Il dialogo regge ma la scena che lo ospita non produce conseguenze. In poche parole, è scritta bene, ma non sposta nulla nel romanzo.


Dopo averlo visto e rivisto negli anni, “sai che c’é?”(come si usa dire a certe latitudini), la riscrittura del dialogo non risolverà questo problema. Non serve accanirsi e magari infastidirsi, su questo.

Lo stesso accade con molte scene singole

L’atmosfera e le immagini sono curate e la prosa controllata, questi elementi ci sono tutti, e un lettore esterno le attraversa senza difficoltà, apprezza qualche passaggio, arriva in fondo a un capitolo liscio come l’olio. E allora, che problema c’é se è così?
Be’, il libro è andato avanti di qualche pagina; il romanzo no.
Il testo non chiede niente alla scena e la scena non chiede niente al testo.

A questo punto del lavoro, la riscrittura locale può diventare qualcos’altro.

Si interviene su una pagina, spesso una qualunque, non necessariamente la più critica (perché il gesto produce una breve sensazione di governo). Si aggiusta una virgola, si riscrive l’apertura di una scena o una transizione che sembrava ancora grezza. Si sente di star lavorando.
Quella sensazione è reale, ovvio. Ma il manoscritto, sta scorbutica entità, non si sposta.

La revisione utile nasce da una diagnosi e da una lettura che ha individuato quale scena non svolge la sua funzione, quale nodo strutturale non si scioglie.

Cambiare la distanza d’osservazione

Cambiare distanza è la mossa utile in questa fase. E il particolare che sembra risolto, il dialogo fluido, o la scena curata, è (quasi) sempre il posto sbagliato dove cercare.
L’errore tipico è continuare a lavorare su ciò che si vede nel particolare, invece di “alzarsi” come su di un’immaginaria mongolfiera e vedere il tutto da un’altra distanza.

Dall’alto ci si potrebbe accorgere che la frase che sembrava approssimativa, la transizione che arrancava, tutto quello che ci dava quella sensazione di imperfetto é ottima così com’é solo che… funzionerebbe benissimo altrove.
Capita spesso.
Una frase eccellente nella scena sbagliata non porta da nessuna parte.

La struttura, in senso operativo, è il modo in cui il manoscritto distribuisce il senso, l’energia e anche le conseguenze.
Stabilisce quali scene aprono un debito verso il lettore, siano esse una domanda, una tensione o un’aspettativa implicita, e quali lo rinsaldano.
Definisce dove l’energia cresce e dove si scarica, quale personaggio cambia e quale effetto quel cambiamento produce sulle pagine successive.

Una domanda diversa

Capire questo richiede di leggere il testo con una domanda diversa da quella che guida la revisione locale. Farsi domande diverse è molto utile.


Dunque, per ogni scena potrebbe funzionare più o meno così: cosa apre verso il lettore e cosa rinsaldano le pagine che seguono?
Una scena che funziona al suo interno perché ben scritta ma non risponde a queste domande, non è necessaria.

La revisione utile, nei casi che prendiamo in esame in questo articolo, riprende senso nel momento in cui è chiaro quale parte non sta svolgendo la sua funzione strutturale.
Prima di quel punto, cambiare una frase è lavorare al buio.

La domanda utile davanti a una riscrittura che non risolve è quasi sempre la stessa.
“Sto ancora scrivendo o ho cominciato a difendermi dalla pagina?”.


Scrivere richiede di sapere su cosa si interviene e perché. Difendersi dalla pagina richiede solo qualcosa da modificare oltre a essere un segnale, anche e soprattutto a se stessi, che il lavoro non si è fermato.

Quando si riconosce questa differenza, la domanda che guida il lavoro cambia.

– La scena serve?
– Produce qualcosa che continua a vivere nelle pagine successive?
Queste sono domande che si fanno da più lontano. E il punto da cui si fanno, quella distanza, si costruisce prima di tornare a riscrivere, non mentre si riscrive.

In molti casi è difficile da raggiungere lavorando da soli, certo, non lo metto in dubbio.
La vicinanza al proprio testo, al sistema di intenzioni che ci sta dentro, è la principale difficoltà, perché porta a leggere il testo come si voleva che fosse, con tutto il peso di ciò che si intendeva fare; e succede in maniera inconscia.

Trovare quel punto richiede di smettere, per un momento, di intervenire. Stop. Prendo una pausa (a ognuno il suo tempo).

Poi, riuscire a leggere il testo come se fosse di qualcun altro, cercando quale parte regge e quale no. Ovvio, è un’operazione diversa dalla revisione, anche se secondo me dovrebbe essere parte di essa.
E richiede un tipo di distanza che non si costruisce aggiungendo lavoro.

Un manoscritto che non si sposta dopo molto lavoro non sta chiedendo più ore di revisione. Perché il testo, sarà pure un entità scorbutica, ma sta solo chiedendo di essere ascoltato, cercando di indicare dove va fatto un intervento.
Ovvio, bisogna accettare che comanda lui, a un certo punto.

E di solito è lì, il problema.

Buona scrittura, buone giornate.

Andrea

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