Self Publishing: cosa rende un libro autoprodotto credibile pagina dopo pagina

Un libro autoprodotto parte in svantaggio. Non per pregiudizio personale del lettore, per pregiudizio statistico: ne ha visti troppi che non avrebbero dovuto essere pubblicati, e impara presto a difendersi. Lo prende in mano già con un’atteggiamento mentale, istintivo: “vediamo se questo è uno dei casi in cui ne è valsa la pena”.
È un sospetto silenzioso, e quasi nessuno lo dichiara. Eppure è il primo lettore che ogni libro in Self Publishing si trova davanti, e non è un lettore con un atteggiamento del tutto amichevole. È un lettore che cerca conferme di ciò che teme. E basta poco a dargliele.
Il punto è capire cosa esattamente gliele dà.
Il pregiudizio del lettore non si rafforza con la copertina e nemmeno con l’impaginazione, anche se entrambe contano. Il momento più forte in cui prende in un certo modo il controllo è tra le righe, e lo fa in fretta. Basta una lettura parziale perché il lettore senta che il libro è in una di queste due condizioni: sta tenendo un livello oppure non lo sta tenendo.
Non è una valutazione tecnica, è una percezione di affidabilità, e funziona come funziona la fiducia tra persone: si dà in apertura, si conferma o si revoca con il comportamento successivo.
Capita di vederlo bene su un episodio molto piccolo: un lettore che a pagina trenta posa il libro e dice, parlandone con qualcuno: «sì, è scritto bene, però… non lo so. In alcuni punti non si sente che chi l’ha scritto l’abbia davvero curato del tutto.»
Questo immaginario lettore, sta dando nome a una cosa precisa. Non il refuso, non l’errore di sintassi, non l’imprecisione locale. Sta cercando di definire quel suo “però…non lo so” ed è una certa oscillazione che glielo fa dire: il fatto che la cura, per qualche pagina, sembra essersi spenta. È il segnale più caratteristico del libro autoprodotto in difficoltà. Non l’errore, l’incostanza.

Una soglia di costanza
Vale la pena fermarsi qui, perché è il punto in cui di solito ci si sbaglia. Un libro non viene percepito come improvvisato perché ha errori. Viene percepito come improvvisato perché ha standard editoriali diversi al suo interno. Magari il primo capitolo è stato letto dieci volte, l’ottavo solo tre. La voce all’inizio è quella di chi ha lavorato sul testo per mesi, al centro è quella di chi stava cercando di chiuderlo. La revisione si vede a tratti e si sente anche dove non c’è più stata. E il lettore, che non sa di stare valutando questo, lo sente comunque.
A questo livello, lo standard editoriale non è una soglia di qualità minima. È una soglia di costanza. Un libro tiene quando ogni pagina, presa a campione, conferma il livello dichiarato dalla pagina precedente. Quando non lo conferma, il libro chiede al lettore una cosa che il lettore non gli concederà: di fidarsi a credito. È così che la fiducia editoriale si erode in silenzio, qualche pagina alla volta, senza che nulla di drammatico stia succedendo davvero.
Un rischio reputazionale
Per chi pubblica in Self Publishing questo è il rischio reputazionale vero. Non è il rischio di essere giudicati per un errore, è il rischio di essere giudicati per un’oscillazione. Sono due rischi diversi, e si correggono in modo diverso. Un errore si trova e si toglie mentre un’oscillazione si nota solo facendo il lavoro più scomodo che esista su un proprio testo: cercare le pagine che hanno avuto meno attenzione, e saper riconoscerle.
Quello che il lettore avverte – anche senza saper formularlo – è quasi sempre questo: nei punti deboli del libro, l’autore è rimasto solo. Nei punti forti c’era un’intenzione precisa, una forma di rilettura severa, una decisione, anche coraggiosa, in funzione della tenuta. Nei punti deboli quel sostegno è caduto. Il testo, lì, senza ascolto o collaborazione, ha smesso di proteggere l’autore. E si sente tutto ciò. Magari non in questi termini, ma un lettore lo sente.
A libro chiuso, le impressioni del lettore restano coerenti con questa esperienza. Non dirà “era pieno di errori”. Magari dirà “non lo consiglio”. È la differenza tra un libro che ha sbagliato qualcosa nel testo e un libro che non si è guadagnato il consiglio. Il secondo è il giudizio che il Self Publishing non si può permettere.

Domande che pesano poco nella formulazione e molto nell’affrontarle
Da qui un cambio di domanda è quasi obbligato. La domanda utile su un proprio testo prima di pubblicarlo, non è “è scritto bene?”. È un’altra: “la scrittura tiene a campione?”. Se si apre il libro a pagina sessanta, la pagina sessanta dichiara lo stesso standard della pagina dieci? E quella che la precede? E quella che la segue?
Sono domande che nel formularle pesano poco ma molto nell’affrontarle. Se su un libro ci sono cento pagine sotto controllo e cinquanta no, le cinquanta non sono peggio scritte, sono meno vissute e attraversate dall’autore. È una distinzione che chi scrive fa fatica a vedere dall’interno, perché la testa dell’autore, immersa nella storia, nel vissuto delle revisioni, in tutto il sistema in cui è in immersione magari da mesi, continua a integrare, anche inconsciamente, ciò che il testo di una pagina non sostiene da solo. È esattamente questo il momento in cui il testo, su un libro vicino alla pubblicazione, smette di proteggere chi l’ha scritto.
Un libro autoprodotto credibile non è quello senza difetti, è quello in cui ogni pagina dichiara, da sola, di essere stata scritta in totale attenzione da qualcuno che pretendeva qualcosa da ogni paragrafo.
E il soggetto di questo pretendere non è lo scrittore: è sempre lui, il testo.
Chi scrive deve solo avere il coraggio dell’ascolto e delle scelte che il testo suggerisce, scelte che non sono emozionali ma editoriali.

Buona scrittura, buone giornate.
Andrea

