Se il problema è la voce, non sempre serve scrivere di più

Voce narrativa, non serve scrivere di più, Desalvi Consulenza Editoriale

Quando un autore sente che il proprio manoscritto non ha voce, in molti casi la prima cosa che gli viene in mente di fare è la più naturale, cioè quella di aggiungere.

Aggiungere una scena dove il personaggio prende posizione, aggiungere un ricordo, una riflessione, un dialogo che chiarisca chi sta parlando, aggiungere materiale che sembri più suo. La logica implicita è che, se la voce manca, vuol dire che ne va messa di più.

Quasi sempre, è la diagnosi sbagliata.

La voce è già lì

Aggiungere materiale a un testo che sembra muto, nella maggior parte dei casi, copre la voce invece di rinforzarla. Il manoscritto si fa più pieno e nello stesso momento perde proprio ciò che lo teneva vivo prima dell’intervento.
La voce non è una grandezza che si misura in quantità di pagine personali e non è una somma di confessioni, di passaggi lirici, di pensieri esposti; la voce è il modo in cui un testo guarda e sceglie, trattiene e taglia.
La voce è un criterio che non dovrebbe essere confuso con la densità.

La domanda utile, davanti a un manoscritto che sembra non avere voce, non è “cosa posso aggiungere?” è un’altra: “che cosa la sta coprendo in ciò che già esiste?” È una domanda meno gratificante perché promette pulizia e , chi scrive lo sa molto bene, può essere un’azione molto difficile, a volte dolorosa.

Va da sé, ormai si sarà capito, le cose che coprono la voce sono già lì.

Una trama che procede per dovere, un capitolo dopo l’altro perché deve succedere qualcosa, dialoghi troppo funzionali in cui i personaggi parlano per spiegare al lettore cose che il lettore avrebbe potuto vedere.
Spiegazioni premature, che dicono in chiaro ciò che il testo stava già dicendo per altre vie. Scene corrette, ben scritte, ma senza pressione interna: vanno avanti, non dichiarano niente.
Una lingua troppo levigata, che ha rimosso ogni asperità e nello stesso movimento ha rimosso anche l’unica cosa che avrebbe reso il testo riconoscibile.

In tutti questi casi, la voce non è assente, è disturbata. È coperta da strati che la rendono meno percepibile.

Una radio e un equivoco specifico

Vale la pena pensarla come una vecchia radio che non si sintonizza bene. Quando si sente fruscio, l’istinto è forse quello di alzare il volume? Alzare il volume non fa sentire meglio la musica, fa sentire meglio il fruscio.

Funziona così anche con un manoscritto. Aggiungere materiale a un testo già disturbato non lo rende più nitido, lo rende più rumoroso. L’autore ha la sensazione di lavorare sulla profondità, in realtà sta moltiplicando gli strati che soffocano la voce che cercava.

C’è poi un equivoco che ho incontrato spesso, lavorando sui testi e durante presentazioni o chiacchierate radiofoniche, che è quello di confondere la voce con l’intensità.

Un autore che si sente poco presente nel proprio testo prova a inserire una scena più drammatica, un monologo interno più carico, un passaggio in cui qualcuno finalmente dice qualcosa di forte.
Ma “intensità” non è voce.

Una scena aggiunta per far sentire meglio un personaggio, quasi sempre suona estranea perché non nasce da una necessità del testo ma dal disagio dell’autore di fronte al testo, e sono due origini diverse; e il lettore cari miei, le distingue, altroché se le distingue.

Un operazione di sottrazione

La voce, soprattutto quando è sobria, è facile non riconoscerla. Si fa sentire in segnali piccoli, di cui spesso l’autore stesso non si accorge.
Segnali che possono essere scelte lessicali ricorrenti, modo di chiudere le scene, distanza dello sguardo narrativo, qualità delle omissioni.
Una voce può essere asciutta, trattenuta, quasi neutra in superficie, e tenere il lettore comunque. Perché?
Perché non si impone, è coerente.

A questo livello, lavorare sulla voce non è un’operazione di espansione, è un’operazione di sottrazione. Significa togliere ciò che la copre prima di aggiungere ciò che dovrebbe metterla in risalto.
Significa, molto più spesso di quanto si creda, rinunciare alle pagine costruite per rendere più evidente la voce narrante, perché sono proprio quelle pagine a impedire al lettore di riconoscerlo.

Una voce non si dichiara, si lascia emergere. Forse, l’immagine di un archeologo che spazzola con pazienza il terreno per portare in risalto un manufatto, può rendere bene l’idea.

E puoi scommetterci: molti degli autori di cui tu riconosci la voce, l’hanno portata in superficie sottraendo, non aggiungendo.

Il testo: un organismo da ascoltare

Io ho visto riuscire in tutto ciò degli autori con un loro cambio di postura nella rilettura.
Smettere di trattare il manoscritto come un contenitore da riempire e trattarlo come un organismo da ascoltare.

Capire dove respira e dove si irrigidisce, capire dove stai forzando una tonalità che non è la tua perché vuoi farla somigliare a “una voce più riconoscibile”, e dove invece una pagina semplice, senza enfasi, contiene già tutto ciò che serve; e lì, ci sei tu.

È un lavoro che chiede, prima di scrivere, di leggere meglio. E di accettare un fatto un po’ contro-intuitivo: che il manoscritto, il testo, a un certo punto ne sa più dell’autore.
Sa già dove ha funzionato e dove no, sa già dove un’aggiunta lo proteggerebbe e dove invece lo soffocherebbe.
Il compito non è imporgli una voce, è smettere di interferire con quella che il testo ha cominciato a formarsi da solo.

Il lavoro sulla voce non è un’intensificazione finale e non è un’operazione di stile.
È una diagnosi di coerenza tra sguardo, lingua e forma.
Prima di chiedersi cosa aggiungere, conviene chiedersi se il manoscritto sta chiedendo davvero altre parole o se sta chiedendo qualcosa di più scomodo: meno interferenza.

E la voce, quando emerge davvero, lo fa in un modo che sorprende anche chi scrive.

Perché ci si accorge che era già lì.

Buona scrittura, buone giornate.

Andrea

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