Il tuo romanzo non è noioso: forse è solo senza pressione narrativa

“Noioso” non è una diagnosi ma identificare solo il sintomo. Dice cosa il lettore ha provato, non descrive la causa. È la parola che il lettore usa quando il testo non gli ha lasciato addosso abbastanza da costringerlo a tornare.

La causa, quasi sempre, sta in qualcosa che il testo non ha ancora costruito. Allora, la domanda utile cambia. Non “perché annoia” ma cosa non sta accadendo mentre accadono le cose?” È una domanda strutturale. E sposta tutto.

Bisogna provare a guardarla dal lato di chi legge

Un lettore arriva a metà capitolo, deve lasciare la lettura, appoggia il libro aperto sul comodino per un attimo; poi lo chiude senza pensarci troppo. La scrittura gli è sembrata curata, qualche scena gli è piaciuta, ma lo chiude senza sentire che “è un peccato interrompere” o “non vedo l’ora di tornarci”, fermarsi non gli costa nulla.

Non sa identificare il motivo, magari usa parole diverse, ma il motivo è che il testo non riesce a trattenere e fargli sentire quell’urgenza che tutti i lettori conoscono bene: quella di tornarci, e di portarsi dietro tutto il giorno immagini e sensazioni vivide, fino a che non si torna in lettura. Invece, in questo caso – la sera o l’indomani, davanti al libro ancora lì – sente che riprenderlo è come una scelta da rifare daccapo, non la prosecuzione naturale di qualcosa che era già in corso.

Quando questo lettore prova a esprimere questa sensazione, magari può dire: «è scritto bene, però… non lo so, non mi ha conquistato del tutto.» È un feedback frustrante per chi scrive, perché sembra impreciso.

Non lo è, sta nominando con esattezza l’unica cosa che conta: il testo non lo ha trattenuto.

Quel “non mi ha conquistato del tutto” è una diagnosi precisa. Non riguarda lo stile, non riguarda i personaggi presi uno per uno. Riguarda la forza che il testo esercita sul proprio lettore.

Molti testi che vengono percepiti così non sono affatto vuoti. Hanno idee buone, personaggi che funzionano, scene scritte con cura, a volte molta cura. Ciò che manca è qualcosa di meno visibile: la capacità di una scena di esercitare forza sulle scene che vengono dopo. È una proprietà del sistema. Le parti, prese una per una, non la producono.

Addizione e sottrazione

C’é una distinzione da fare a questo punto, e vale la pena farla con calma. In generale – non importa se si inizia prima a costruire capitoli successivi o il finale – si scrive per addizione e si sistema capitolo dopo capitolo, evento dopo evento, scena dopo scena. È inevitabile, è il modo naturale in cui si lavora.

Ma un testo, che diventa con il tempo quasi un’entità a se stante, si costruisce e rafforza in un altro modo: per accumulo.

L’addizione mette in fila, l’accumulo fa pesare ciò che è già stato e inglobare ciò che sarà. La differenza, per chi scrive, è esattamente quella tra avere scritto cento pagine e avere costruito qualcosa che a pagina cento, regge.

Quando un testo non passa dall’addizione all’accumulo, succede una cosa precisa: comincia a non proteggere più chi l’ha scritto. Le pagine ci sono, sono leggibili, l’autore ha lavorato, eppure il testo non lo sostiene.

La questione dell’eco

La pressione narrativa la possiamo definire come “la forza di gravità del testo”, la forza con cui ogni scena si è fatta tirare da quelle che l’hanno preceduta e tira a sé quelle che la seguono. Non è azione, non è ritmo. Un capitolo può avere molti eventi e gravità zero, succede tutto e niente attira niente.

Un capitolo con pochissimi eventi può invece avere gravità altissima, perché ciò che accade modifica l’equilibrio del testo, magari per cento pagine.

La pressione presa in questo senso, si misura su un parametro solo: cosa una scena lascia dietro di sé e cosa prepara per ciò che verrà dopo. È per questo che certi testi pieni di azione sono percepiti come piatti, e certi testi quietissimi tengono il lettore immerso, quasi in apnea: la gravità non sta nell’evento, sta nell’eco che l’evento produce nel resto del testo.

Quando questa gravità manca

Quando questa forza manca il testo lo dichiara in tre modi diversi. Non sempre tutti e tre insieme e non sempre con la stessa evidenza.

Almeno uno, però, è quasi sempre lì.

Il primo riguarda le conseguenze

Una scena viene scritta, viene anche scritta bene, e una volta finita il testo rimane dov’era. Nessun equilibrio si è spostato, nessuna posta in gioco si è alzata, nessuna relazione tra personaggi ha cambiato peso.

La seconda spia si può accendere con un esperimento

Provare a togliere un capitolo. Taglialo davvero, oggidì si può fare senza problemi con il Word. Se il testo tre capitoli dopo non reagisce, se nulla manca, se nulla si scompensa, quel capitolo non stava né trattenendo né preparando niente. Era solo un’addizione, non era accumulo.

Il terzo segnale è il più sottile

Di solito si tende a percepirlo per ultimo. Mentre si è immersi nell’attività creativa, può sfuggire. I punti di svolta…non svoltano. L’evento atteso accade, il personaggio fa la scelta che doveva fare, eppure il sistema del testo non si modifica. È rimasto fermo nel momento esatto in cui doveva muoversi.

Il punto fondamentale è che quando questa diagnosi viene sbagliata, si interviene male.

Si resta nel particolare e non ci si allontana, per vedere il tutto più nel macro; un po’ come osservare una cartina geografica nel dettaglio delle vie di una città, i fiumi, e poi allargarla fino a vedere la regione intera.

Allora, si pensa che il testo vada mosso: si accelera, si aggiungono eventi, si infittiscono colpi di scena, si introducono sorprese che dovrebbero rimettere il libro in piedi. È intuitivo, ed è quasi sempre l’intervento sbagliato.

Un testo a gravità zero non guadagna pressione aggiungendo movimento, la guadagna in un altro modo: facendo pesare quello che già accade.

Più scene producono più rumore. Non producono più tenuta.

Se un testo “non trattiene” non è per ciò che accade nelle sue pagine. E con buona pace dei fautori del mantra il “cosa succede dopo?” fa immergere il lettore – che non trovo del tutto corretto perché ancora troppo in superficie – un testo non ti fa posare il libro per ciò che ogni accadimento continua a far riecheggiare nelle pagine che seguono, anche, e soprattutto, in modo sensibile, appena percepito.

La pressione narrativa in un testo si può riassumere anche così: la durata di un evento al di là del momento in cui viene narrato.

Quando tutto questo si forma, il testo comincia a vivere di vita propria. Non chiede più all’autore di accompagnarlo ma di ascoltarlo e avere il coraggio di seguirlo anche quando ti chiede azioni che pesano, azioni che qui non illustro, anche perché chi scrive lo sa di cosa si sta parlando. Ma, si sa, il coraggio dovrebbe far parte del bagaglio dello scrittore.

È così, di solito, che un libro smette di essere “posabile”con facilità sul comodino. Non per la domanda “cosa succede dopo?” ma per “come succede”.

Buona scrittura, buone giornate.

Andrea

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